Le radici dell' Urbatettura in Italia: dalla „polis“ alle „città di fondazione“ del

Fascismo

I riferimenti all’architettura della casa e all’urbanistica della Grecia arcaica, classica ed ellenistica, nel contesto storico della colonizzazione greca del Suditalia e nella Sicilia (Magna Grecia) e della fondazione delle póleis, costituiscono la struttura di una paziente ricerca nell’ambito degli studi agli inizi degli Anni Settanta in Svizzera sotto l’amorevole guida del nostro compianto méntore, professore Alberto Sartoris, durante i corsi di Teoria dell’Architettura e Storia della Città. Sono trascorsi molti anni da quella ricca e intensa stagione di vita senza che, tuttavia, la specificità di quella esperienza – arricchita, successivamente, dall’altra feconda, professionale, in Germania – avesse perduto nelle intensità, attualità e aderenza ai molteplici bisogni materiali dell’uomo, tra i quali annoveriamo il diritto irrinunciabile ad una casa e ad una città a misura di cultura e di dignità umana.

Ma è anche l’occasione per rivelgere un pensiero di riconoscimento all’opera poliedrica di Iannis Xenakis (1922-2001), componista e architetto di nazionalità greca, dal 1947 al 1959 collaboratore di Le Corbusier, per i suoi preziosi contributi dati alla simbiosi tra Musica e Architettura.   Non è questa la sede per approfondire un discorso serio e di spessore culturale su quella che fu la meravigliosa stagione dell’architettura e dell’urbanistica negli Anni Venti e Trenta in Italia: quel (ri)condurre il progetto di architettura alla sua essenzialità formale e strutturale e l’altro di piano nel collegamento tra una esigenza di rappresentazione socio-politica con l’autorappresentazione del Fascismo italiano, come sottilmente ha fatto osservare Meinhard von Gerkan nel suo saggio dal titolo Città ideale-Progetti reali, con il richiamo alla fondazione di Latina, nata dall’impegno personale del Duce. Dalla decisione della fondazione nell’aprile 1932 all’insediamento delle prime 19 famiglie provenienti dal Norditalia, trascorsero soltanto sei mesi, fa osservare von Gerkan.

Ma non solo. Poiché tutto era nato e voluto all’insegna e nella consapevolezza (ted. Besinnung) del durevole, del conservato nella Storia, così come contemporaneamente aveva operato la Pittura Metafisica nei confronti di quel Futurismo del primo dopoguerra che preparò il terreno all’avvento non soltanto del Razionalismo italiano, ma anche e soprattutto del Novocentismo milanese - grazie ai suoi principi costitutivi come il superamento della decadenza culturale, rinuncia ad un ornamento banale e senza senso, l’impiego di nuovi materiali e procedimenti costruttivi, lo studio di nuove tipologie legate ai criteri di funzionalità con punto di forza un radicale rinnovamento nell’edilizia residenziale.   Erano gli anni, a partire dal 1920, allorché a Bengasi (1922-1930) si era proceduto ad attrezzare il centro rappresentativo italiano nella zona prospiciente il porto, con la piazza alberata su cui confluisce il corso delle maggiori attrezzature civile della città; così, infine, avviene anche nei restauri eseguiti a Rodi (1923-1926) o nei lavori per il potenziamento del porto a Massaua in Eritrea (1929).
Ma è proprio a Rodi, dove archeologia e urbanistica italiane s’incontrano sulle tracce dell’impianto urbano della Grecia dell’era classica di scuola ippodamea con l’istituzione della zona monumentale (1920) sulla base di un decreto che estende il vincolo della non modificabilità agli edifici e alle costruzioni principali ai terreni circostanti le fortificazioni e ai cimiteri (musulmano ed ebraico).
Si tratta di un provvedimento la cui importanza e novità in materia di protezione del patrimonio artistico e monumentale non ha precedenti in Italia e nel mondo. È infatti la prima applicazione di uno strumento di legge che estende il riconoscimento del carattere monumentale dalle costruzioni al paesaggio (anche se in questo caso è un paesaggio urbano a essere tutelato). Si attribuisce così, con un’operazione precoce rispetto a quanto accade contemporaneamente in Italia, lo status di monumento a interi comparti edilizi, con atti che troveranno applicazione di legge in Italia solo molti anni dopo (1939).
Erano gli anni che videro in Tripolitania l’opera di colonizzazione fondiaria attraverso l’indemaniamento , avviata dal conte Volpi di Misurata (1923) , e l’assegnazione di lotti lavorabili in concessione a imprese private perché valorizzassero il territorio dal punto di vista agrario. Ma è anche l’occasione per riflettere su ciò che in Italia si stava compiendo nell’Agro Pontino.   
Una precisa colonizzazione economica e demografica , pianificata e assistita (1928), fino alla svolta operativa per la colonizzazione della Cirenaica (1932), con il compito di procedere alla messa a coltura di terreni e a un appoderamento a carattere prettamente popolare, costituiscono la premessa per la costruzione di opere pubbliche, attrezzature civili e servizi nei centri maggiori, nonché per l’adeguamento delle strutture portuali (1933). Si erano aperti comprensori di bonifica, avevano cominciato a sorgere villaggi agricoli, verso i quali era stato organizzato il trasferimento di un primo contingente di famiglie coloniche dalla Puglia.    
La cultura urbanistica italiana del tempo fa la sua parte e in maniera particolare con l’impianto delle nuove borgate in Cirenaica e in Tripolitania ricorrendo agli elementi di organizzazione costituiti dagli edifici rappresentativi e dalle attrezzature di servizio, secondo una tecnica che si stava collaudando nelle città delle bonifiche pontine: chiesa, casa del fascio, scuola con alloggio per l’insegnate, ambulatorio, stazione dei carabinieri, ufficio postale, mercato, osteria-locanda. Abbastanza simile, anche se su scala più ridotta, è l’articolazione morfologica e tipologica dei nuclei qui progettati, con l’uso dominante di forme mediterranee realizzate in muratura imbiancata di calce. È , in breve, quel senso o quel richiamo al mediterraneo secondo cui, prima dell’idea di un’architettura mediterranea, esiste per Alberto Sartoris - un protagonista di primo piano dell’Avanguardia moderna – l’idea di mediterraneo.
   

Idea che sta ad indicare un modo di essere e di pensare latino ricco di fantasia, d’invenzione, di senso della realtà, di leggerezza che si contrappone, quasi fisiologicamente, a quella di nordico pesante. Poi, ma solo poi, viene l’architettura: avrà le coperture piane, le grandi finestrature, i colori chiari e vividi, i giochi di luce e di ombra creati dai volumi, i pergolati...motivi, tutti, che ricorrono nella pittura, nell’architettura, sì, talvolta in qualche piano urbanistico di Alberto Sartoris !    

Ed è così che la Teoria dell’Architettura del 20. Secolo vede già il Razionalismo come un contributo specifico dell’Italia alla rianimazione dell’Architettura Moderna. Poggiando sul precedentemente manifestato (1909) e sviluppato Futurismo rivoluzionario da Antonio Sant’Elia (1888-1916), il Gruppo 7 milanese, prima, e il Movimento Italiano per l’Architettura Razionale (MIAR), poi - entrambi con  la partecipazione attiva di Giuseppe Terragni (1904-1943) - propagarono il nuovo (in quanto ripreso dal passato)Razionalismo come un nuovo ordine delle idee.    

La predilezione dei razionalisti italiani per il primo Fascismo, proprio per quella carica innovativa e rivoluzionaria impressagli da Mussolini e per quella capacità di sollecitare un risveglio nazionale all’insegna dell’ italianità (oggi i politicanti popolani e populisti alla Renzi e certi ciarlatani e venditori di fumo si richiamano ad un fatuo quanto stupido ed evanescente Made in Italy) ha avuto motivazioni del tutto antitetiche alle posizioni conservatrici degli architetti tedeschi nei riguardi del Nazionalsocialismo o di orientamenti di sinistra di altri architetti europei nei confronti del Bauhaus.    

Il Razionalismo italiano, al raffronto con il primo Movimento Moderno in altri Paesi europei, per la sua validità storicamente motivata, si pone subito come movimento intellettuale. L’architettura del Razionalismo italiano affonda le sue radici negli ordini classici e, con la sua unitarietà geometrico-formale, conduce il discorso alla eterna questione dell’Estetica dell’Architettura.    

Giuseppe Terragni, l’esponente più autorevole di quell’era magica del Razionalismo italiano, si opponeva ostinatamente alla ricorrente equiparazione del concetto di razionale con una architettura preminentemente funzionalista e riporta in primo piano del dibattito la questione di una Estetica dell’Architettura: è la forza che disciplina queste doti costruttive ed utilitarie ad un fine di valore estetico più alto. Quando si sarà raggiunta quella armonia di proporzioni che, induca l’animo dell’osservatore a sostare in una contemplazione, o in una commozione, solo allora, allo schema costruttivo, si sarà sovrapposto un’opera di architettura. Ma è Nikolaus Pevsner nella sua Storia dell’architettura europea a considerare la variante fascista del Razionalismo moderno una pianta più sana e meno artificiosa, mentre per quel che riguarda l’architettura nazionalsocialista in Germania non mette conto parlarne. D’altra parte, prosegue il Pevsner, Mussolini non vietò lo stile del XX secolo e dimostrò, anzi, una tolleranza sorprendente. Così fu possibile che durante il Fascismo sorgesse un edificio moderno, libero da qualunque compromesso, come la nuova stazione di Firenze (1936) del gruppo di Giovanni Michelucci (sulla base di un concorso di progettatione per il quale Mussolini aveva fatto sapere a Marcello Piancentini di voler vedere in gara molti giovani) e altri edifici in immediata vicinanza della facciata albertiana di S. Maria Novella. Un fatto simile non sarebbe stato pensabile in Germania o in Russia !

Comunemente la città è connotata dalla presenza di una relativamente grande popolazione in uno spazio limitato, inoltre dalla suddivisione del lavoro e dalla presenza di una amministrazione centralizzata. Conseguentemente i luoghi centrali delle póleis greche non possono essere definiti come città in quanto queste, non disponendo di una propria amministrazione, non costituiscono alcuna unità politica. Le città-stato, invece, dotate di un più o meno definibile territorio, furono viste come unità.    

Mentre nel Medioevo sono essenzialmente le mura di cinta a fare di un luogo una città, dal punto di vista giuridico nel mondo antico una tale delimitazione non ha svolto alcun ruolo: una parte della demos (in epoca classica, la più piccola unità territoriale greca di una stirpe, file, su cui s’imperniava l’ordinamento sociale) poteva trovarsi sia dentro che fuori le mura di recinzione. Il territorio delimitato dalle mura di cinta che venne denominato asty, offriva, però, una certa sicurezza: lì abitava nel primo periodo il re; lì c’era l’agorà nella quale si radunava l’assemblea dei cittadini; lì si trovavano i luoghi sacri e gli edifici pubblici.
  

La caratteristica del mondo greco consiste proprio nella limitatezza delle unità politiche sovrane. Anzi, sembra che sotto questi rapporti, si ravvisasse già la via verso una comunità di cittadini e verso la isonomia (equiparazione dei diritti) in quanto la nascita di regole, di accordi o di intese su larga base, era più semplice che nei grandi stati. Citta-stato di media e notevole consistenza come Corinto, Atene, Argo o Mileto, nel 6. Secolo a.C. svolsero dal punto di vista economico un ruolo decisivo. Verso la fine del secolo fu proprio Atene che con una superficie territoriale di 2300 kmq. potè avocare a sé la prerogativa di guida politica.    

Gli insediamenti che nel corso del dell’8. Secolo hanno luogo a seguito della colonizzazione, cioè oltre l’epoca arcaica, si distinguono in singole colonie e agglomerati di colonie o agglutinati. Alle prime appartengono le colonie di Emporio sull’isola di Chios e di Dystos sull’isola di Euböa. Alle seconde le colonie dell’arcipelago delle Cicladi sulle isole di Donousa e di Andros, nonché dell’arcipelago delle Ionie nonché l’isola Creta.    

Nei territori delle asty dell’isole di Tolos e di Tenos sono stati portati alla luce insediamenti abitativi che preannunciano già quell’ordinamento organizzativo di case a schiera e strade rettilinee introdotto dalla metà dell’8. Secolo in poi nelle colonie della Magna Grecia (Italia centrale e meridionale) verso la quale, contemporaneamente all’espansione in direzione del Mar Nero, i Greci, con le loro piccole imbarcazioni, si erano spinti in cerca di quelle ricchezze del sottosuolo e di quei contatti con le popolazioni indigene interessate da parte loro all’acquisto di materie prime.    

La colonizzazione del Suditalia (Magna Grecia, dal greco Megále Hellás, una espressione che appare per la prima volta nel racconto dello storico e politico Polibio, vissuto nel 2. Secolo a.C., in simbiosi con il pensiero del grande matematico e filosofo Pitagora in sintonia col notevole ruolo svolto dalla sua scuola filosofica) e della Sicilia ha inizio nell’epoca arcaica e include quel territorio della Campania dove ricadono luoghi come Kyme (Cuma), Neapolis (Napoli), Dikaiarcheia (Pozzuoli). La maggior parte degli autori antichi definisce come Magna Grecia le isole costiere ioniche dell’Italia e soltanto quella striscia occupate dalle colonie achee.    

All’arrivo dei Greci, l’Italia meridionale è abitata da popolazioni indigene del periodo compreso tra l’Età del Bronzo (inizio del 2. Millennio a.C.) e l’Età del Ferro ( 9.-8. Secolo a.C.) comprendenti gli Opici (abitanti della Campania), gli Oinotri (il territorio intorno al metapontino e la costa tirrenica dove più tardi verranno fondate Poseidonia (Paestum) ed Elea (Velia), i Choni della regione intorno a Sibari e Crotone, i Siculi del territorio intorno a Locri insieme ai Morgheti della Sicilia orientale, gli Elymeri della Sicilia nord-occidentale. I contatti si estendono ben oltre per includere quelli con la cultura proto-etrusca (la cosiddetta Cultura Villanova) alcuni dei quali caratteri sono rappresentati dalla cremazione e dalla sepoltura delle ceneri in apposite urne funerarie.    

L’odierna Puglia (Apulia) è invece occupata dai Lapygei, popolazioni di origini illiriche, mentre i Dauni popolano il territorio settentrionale; i Peucheti il territorio centrale e, infine, i Messapi, il territorio meridionale, cioè il Salento odierno.    

I Greci che vanno alla ricerca di aree adatte all’insediamento e alla costituzione delle loro colonie nel Mediterraneo occidentale (Italia, Sicilia, Libia, Francia, Spagna, Corsica), provengono dalla Grecia continentale (le isole dell’Egeo e delle coste dell’Asia minore). I primi insediamenti hanno luogo in aree abitate (e, poi, abbandonate) da precedenti popolazioni come nel caso di Pthekussai (Ischia) e Cyme (Cuma), sulle rotte ricche di metalli dell’Etruria e della Sardegna. Una fase, questa, che da ricercatori e archeologi viene definita come pre-colonizzazione.
   

Sulle coste della penisola italiana e della Sicilia fanno rotta sia i primi Fenici che i Greci i cui interessi sono diretti ai traffici commerciali con la parte centrale e settentrionale del Mar Tirreno. È così che nasce il concetto di Occidente (Hesperia) del quale parla per la prima volta il poeta Stesicoro che visse a Himera (Termini Imerese) dal 7. sino al 6. Secolo a.C.    

La colonizzazione greca che raggiunge essenzialmente il Mediterraneo occidentale prevalentemente dall’8. al 6. Secolo a.C. l’Italia meridionale, si connota per la fondazione di nuove comunità politiche, póleis, che nascono dal distacco di alcuni gruppi di cittadini dal loro luogo di origine il quale, in quanto tale, viene chiamato metrópolis, cioè città-madre.    

I nuovi arrivati portono con loro l’idioma, usi religiosi e di culto, eredità mitica e istituzioni della polis d’origine; tuttavia sono da questa totalmente indipendenti. Un aspetto che non è inerente al concetto di colonia che noi comunemente adottiamo per indicare queste nuove comunità, ma che viene in realtà per la prima volta introdotto dai Romani per indicare colonie di cittadini che intrattenevano rapporti di varia natura con Roma e ai quali venivano assegnati terreni da coltivare.
  

I Greci, dal canto loro, definirono le nuove póleis con il concetto di apoikía, che deriva dal verbo abitare lontano, emigrare. Il contingente dei coloni che si era proposto di fondare una nuova comunità di cittadini in terra straniera, non proviene sempre da una unica città o regione; succede spesso che al gruppo d’origine si aggiungano altri cittadini di altre città, come nel caso di Pithekussai (Ischia), fondata da Calchidi ed Eritri, oppure di Kyme (Cuma) alla cui fondazione parteciparono Chalchidi e Chimai provenienti da Aiolis, nell’Asia Minore occidentale o da Euobia.    

A guidare il gruppo è il fondatore, oikistés, proveniente normalmente dalla città dalla quale ha avuto luogo l’iniziativa, al quale la nuova comunità riserva onori particolari; l’unico tra i cittadini come Heros a poter essere seppellito nell’agora, cioè nel luogo dove hanno sede le istituzioni politiche. Tra le prime attività dei nuovi arrivati va annoverata la necessità di delimitare spazi per il pubblico (luoghi sacri, agorai, strade), ma anche aree private; costruire le case e distribuire il terreno da coltivare. Agorà e tempi rappresentanto i luoghi principali per il raduno e l’organizzazione e soprattutto di identificazione della comunità dei cittadini in formazione.    

Nelle immediate adiecenze, ma fuori del centro urbano, invece, vengono ubicate le necropoli. A differenza delle metropóleis della Grecia, l’organizzazione urbanistica delle nuove comunità mostra una più sistematica e rigida organizzazione del centro urbano e delle aree circostanti, anche se sono ben riconoscibili delle costanti come la vicinanza al mare e ai corsi d’acqua e la disponibiltà di coltivazione dei terreni ad uso agricolo.    

Nella differenza dei singoli caratteri costitutivi di ogni nuova pólis, il territorio circostante, chóra, e il mare costituiscono un elemento irrinunciabile per la formazione di una nuova comunità. Il territorio, talvolta differente per estensione e caratteristiche, comunica quel senso caratterizzante della apoikíai capace di garantire alla città autarchia e indipendenza.    

Abbiamo fatto rilevare come la apoikía implicasse il senso della lontananza dalla madrepatria. Dobbiamo porci, tuttavia, la domanda: per quali ragioni il gruppo decide di abbandonare il luogo d’origine per fondare una nuova città del tutto indipendente ? La ricerca scientifica si sforza in tal senso di dissipare generalizzazioni fuorvianti, sino ai limiti della banalizzazione, per sostenere (forse a ben ragione) che la Grecia nelle epoche arcaica e classica non costituiva uno stato unitario bensì un insieme di unità urbane, póleis, ed etniche, ethné, dotate di strutture politiche e istituzionali, di tradizioni di culto e mitologiche, di diversi dialetti sia pure nel contesto della stessa matrice culturale.    

Soltanto all’interno della storia geopoltica e sociale di ogni città o gruppo etnico è possibile scoprire i motivi che sostengono le ragioni della colonizzazione. In molti casi (basta analizzare il divenire di Taranto (Taras) o di Locri) lo studio del mito della fondazione di una città può aiutare a scoprire i retroscena sociali e politici di una pólis, propedeutica ad una impresa di colonizzazione. La cacciata di un gruppo di cittadini dalla propria comunità, con il divieto più assoluto di ritorno nella madrepatria, è stato sovente il risultato di profonde crisi politiche e sociali che i Greci hanno definito stásis (tumulto, inserruzione, rivolta).    

Crisi che si rinnovano spesso dopo alcune generazioni nelle nuove città a causa della concentrazione di proprietà e cariche istituzionali nella mani dei discendenti diretti die fondatori. Questi possedevano le migliori aree attorno ai centri urbani - basta considerare i casi esemplari dei Gamóroi (latifondisti, proprietari terrieri) di Siracusa, dei Pacheis (benestanti) di Megara Hyblaia oppure gli Hippeîs (cavalieri) di Lentini –  circostanze tutte che di conseguenza diedero luogo al sorgere di nuove apoikíai.
  

Differenziate sono le cause che condussero al sorgere delle città: così i Colofoni fondarono Siris, poco più a nord di Sibari (690-680 a.C.) in quanto costretti ad abbondonare la loro vecchia città per sottrarsi al dominio dei Lidi. Elea (Velia) venne fondata da Focai messi in fuga dai Persiani al comando di Ciro, mentre i fondatori di Dikaiarcheia (più tardi lat. Puteoli , Pozzuoli) furono i Sami sfuggiti alla tirannia di Policrate. Situazioni di carattere politico sono alla base delle fondazioni di Thurioi (444-443 a.C.) ed Heraklea (5. Sec. a.C.).    

Completamente di ragioni diverse fu l' interesse alla fondazione di una nuova città, consistente in un radicale cambiamento dell’ordine sociale e politico che avrebbe dovuto portare ad una nuova ridistribuizione dei suoli. I motivi di tali rifondazioni potrebbero trovarsi nella cause interne alla città stessa, anche se in molti casi sono i risultati di distruzioni violenti seguite dalla comparsa di nuovi abitanti. Il fenomeno è tipico di alcune città siciliote, come nel caso di Kamarina (Camarina), una pólis, che è stata fondata due volte - in tutti e due i casi a seguito della distruzione della città – su iniziativa di Ippocrate di Gela, negli anni 492-491 a.C. ed a opera di Gelone di Siracusa nel 461 a.C.    

Nella Magna Grecia e in Sicilia i Greci occuparono i siti costieri più strategici. Molte delle città che furono fondate vennero scelte in maniera sì felice per durare dopo ben tre millenni sino ai nostri giorni. Di queste città fanno parte Siracusa, Palermo (l’unica città ad essere palapolis e neapolis allo stesso tempo), Gela e Napoli che, a loro volta, fondarono altre colonie. Le relazioni politiche ed economiche con le città-madri e figlie furono di immensa importanza. In Sicilia, dove i rapporti con le popolazioni indigene non mancarano di qualche contrasto, vennero fondate póleis indipendenti distanti dai 10 a 20 km le une dalle altre. Una vera minaccia, anche in termini di concorrenza, fu rappresentata, però, soltanto dai Fenici.    

Cosa ha rappresentato per la cultura urbanistica e architettonica europea ed italiana, in particolare, l’eredità della Grecia nel corso delle tre epoche: arcaica, classica ed ellenistica ? Cosa deve essere ricuperato, ristudiato e tramandato ai posteri di quella cultura ? Tanto, anzi molto. Forse tutto. Architettura, dunque: archeo, gr. archáios, antico; archè, gr. principio; archi-, gr. (arch(i)-e arch(e)- di numerosi composto dal gr. árchein „essere al comando“; architetto, lat. architektu(ram), dal gr. architékton, composto di archi- e tékton (costruttore); oppure „costruzione“ (?); e, poi, lat. archetypu(m), dal gr. archétypon, composto dal gr. arché „principio“ e tipo. Nella filosofia di Platone, modello originario e ideale delle cose sensibili. E, poi: urbanistica, per Aristotele „tutti i principi che regolano la costruzione logica della città“ per offrire agli uomini „felicità e sicurezza“.

Entrare nel mondo dell’architettura e dell’urbanistica della Grecia antica non è impresa facile. Prima di parlare dell’idea dei valori insiti alla cultura architettonica e urbanistica del mondo greco, è bene inquadrarne l’evoluzione nelle sue epoche storiche canoniche proprio sulla base del concetto di epoca intesa come suddivisione della storia nel giudizio di una osservazione distanziata: il passato viene suddiviso dalle scienze storiche in epoche; il presente viene proclamato più volte dai contemporanei come „nuova epoca“.

Pertanto: Prima epoca egea dell’età del bronzo, 3200-2100 a.C.; Epoca egea media dell’età del bronzo, 2100-1700 a.C. (vecchi e nuovi palazzi di Creta); Epoca egea della tarda età del bronzo, 1700-1050 a.C. (Arte micenea e Cnosso); Epoca sub-minoica/micenica, 1050-1000a.C., detta anche Dark Ages (il periodo oscuro); Epoca proto-geometrica, 1000-900 a.C.; Epoca geometrica, 900-700 a.C. (Omero, Esiodo, cultura della Polis, prime colonie e città); Epoca arcaica, 700-490-80 a.C. (LIRICA: Archiloco, Alcaio, Saffo, Solone.

PRE-SOCRATICI: Talete, Anaximede, Parmenide, Eraclito. Inoltre: 561-510, tirannide di Pisístrato in Atene; 508-7, riforme di Clístene); Epoca classica, 490/80-330/20 a.C. (TRAGEDIA: Èschilo, Sofocle, Euripide; PRIMA COMMEDIA: Aristòfane; STORIA: Eròdoto, Tucídite; FILOSOFIA: Sofísti, Sòcrate, Plátone, Arisòtele. Inoltre: 490-480/79, guerre persiane; 478-77, unione marinara, Cimóne, Pèricle); Epoca ellenistica, 330/20 a.C. sino al 30 d.C. (NUOVA COMMEDIA: Menàndro; FILOSOFIA: Stòici, Epicúrei, Cinici; POESIA: Teòcrito, Callímaco. Inoltre: 336-323, Alessandro Magno; REGNI/MONARHIE: Macedonia/Pella, Asia/Antiochia, Egitto/Alessandria, Asia Minore/Pergamon).

Architettura e Urbanistica dell’Epoca arcaica sono contrassegnate dal sorgere dei primi insediamenti (ionici e dorici) nelle Isole dell’Egeo. Le prime unità in gruppi di 3 o 4 case sono senza divisioni interne. Gli agglutinati, insediamenti più grandi, come quello nella penisola di Alicarnàsso con le case di due vani disposte a schiera che segueno le linee di livello del terreno, rappresentano già forme elementari di organizzazione urbana.

Sono i primi passi che segnano la nascita dell’urbanistica geometrica, cioè della disposizione degli edifici a schiera, e del tracciato linare delle strade. Insediamenti nelle isole di Telos, Tenos, Rhodos, Thera, nella Magna Grecia (Suditalia) e Sicilia. Nascono i piccoli-Stati (Thera, Rhodos, Milet, ecc.) e le prime città-Stato o Póleis (Minoa, Priene, Nisyros dove, per le mura, si può cominciare a parlare di tettonica, gr. tektoniké, da téchnè, arte e tektòn, carpentiere).

Si costituisce, come struttura sociale, la borghesia; commercio e cultura, specialmente nelle città-Stato costiere, coinvolgono la comunità; il cittadino prende parte attiva alla vita sociale. L’introduzione della scrittura rende possibile l’impianto del catasto con la conseguente differenziazione tra terreno pubblico e privato. La città si arricchisce di nuove tipologie urbane come la casa isolata, oikos, e la casa ad atrio.

L’organizzazione urbana conosce le prime reti di canalizzazione idrica; l’articolazione spaziale in edifici (pubblici e privati) e la distribuzione di strade e piazze. La tridimensionalità del tessuto connettivo urbano, dunque, è raggiunta. Manca la quarta dimensione: il tempo, kronos, che non passerà molto per essere scandito dall’introduzione dell’orologio solare, gnomone, e dalla suddivisione in scadenze ritmiche (oggi sono per noi: anni, mesi, settimane, giorni e ore).

Gli scavi archeologici eseguiti a Smirna hanno messo alla luce impianti urbani del 7. Sec. a.C. con tipologie a pianta rettangolare e l’impiego del tipo edilizio della casa bivano con megaron e andron, quest’ultimo dotato di klini (sofà-pranzo). Nella pianta di una grande casa di Atene compare per la prima volta il peristilio, cortile circondato da portici, recepito poi dalla domus romana. La cultura dell’abitare, il ruolo della donna nella famiglia, la stessa organizzazione dei pasti, ecc. trovano in quella che si chiamerà l’andron-symposion-culture, l’ambito ideale che influenzerà notevolmente la vita quotidiana dei Romani e di tutto il mondo occidentale, in particolare.

Con l’introduzione della figura dell’oikist, capo riconosciuto dell’insediamento, le aree intorno al nucleo insediativo vengono parcellate in lotti uguali detti kleroi. La colonia di Metaponto e l’altra insediatasi nel territorio antistante il golfo di Taranto, adottano il sistema di suddivisione del terreno ad uso agricolo in strisce della lunghezza sino a 13 km e della larghezza di 210 m, separate da viottoli. Tra la città e terreni destinati alle coltivazioni viene prevista una striscia larga 1300 m da destinare alla coltivazione degli ortaggi e alla necropoli. Il sistema della parcellazione dei terreni a strisce, dai Romani definita per strigas, e la concessione di terreno da 4 a 10 ha/famiglia, venne adottato per tutto il corso dell’era antica.

Così sono stati organizzati gli impianti urbani di molte città di nuova colonizzazione come Siracusa, 733 a.C.; Agrakas, 600 a.C.; Poseidonia (Paestum), 600 a.C.; Selinus (Selinunte), 628 a.C.; Megara Hyblaia, 729 a.C.; Naxos (Giardini), 465 a.C.; Kasmenai (Casmene), 644 a.C.; Metapont, 680 a.C.; Herakleia Pontike, 560 a.C.; Himera (Termini Im.), 476 a.C.; Kamarina (Camarina), 598 a.C., con l’introduzione per la prima volta dell’insula divisa in lotti edificabili di 12,50 x 12,50 m a Kasmenai; 12 x 17 m ad Akragas; insula di 26 lotti di 12 x 16,50 m a Naxos, con strade larghe 6,50 m; 15,10 x 14,50 m a Selinus; insula di 20 lotti di 12,70 x 16,50 m a Kamarina, con strade larghe 10,70 m; 16 x 16 m a Himera. Città, quest’ultima, a non adottare un tipo-edilizio valido per tutti i lotti. A seguito degli scavi eseguiti a Siracusa sono emersi per la città del tipo a strisce, i seguenti dati: larghezza delle strade 2,50 m; larghezza delle insulae, a due filari di lotti, 26 m; aree riservate ad ampliamenti futuri; organizzazione del porto; necropoli; orientamento nord-sud.

Architettura e Urbanistica dell’era classica sono connotate dall’introduzione dei principi dell’urbanistica democratica e dall’adozione della casa-tipo. Quì siamo per la prima volta di fronte all’arte o tékne di costruzione della città (in tedesco: Stadt-Bau-Kunst). Ippodamo da Mileto, filosofo, studioso delle scienze sociali, architetto e urbanista, è il primo a sviluppare le teorie – successivamente mutate in prassi – di una urbanistica funzionale, cioè fondata sulla scienza.

Quello che sorprende di questo fenomeno non è tanto il ricorso alla tipologia della casa unifamiliare aschiera che viene costruita da un’impresa edile o distribuita da una autorità a famiglie dello stesso stato sociale (di questo fenomeno esistono già precedenti nell’antico Egitto), quanto l’abitare in case-tipo valide, senza eccezione alcuna, a tutto il territorio e a tutti i cittadini e, pertanto, parte integrante della costruzione della città. Cioè della pianificazione urbana.

Tuttavia il concetto della casa-tipo non deve condurre a considerare la tipizzazione un procedimento costruttivo unico, valido ed estensibile a tutte le città da fondare. I Greci, oltre a possedere uno spiccato senso estetico ed individuale, brillarono nell’applicazione dei principi di quella dottrina politica (eccoci di nuovo alla pólis !) che preconizza una società in cui tutti godono di una eguale parte delle ricchezze e di pari diritti) e che, nella società post-illuminista, si chiamerà equalitarismo. Pertanto ai diversi lotti di ogni insula corrisponde una tipologia edilizia appropriata. L’esempio di Himera, dopo la distruzione del 476 a.C., è uno per tutti indicativo della flessibilità e variabilità del procedimento progettuale e costruttivo in cui, ad una generalizzata superficie del lotto di 277,55 mq (dimensioni del lotto 16,66 x 16,66 m o 49 49 piedi; un piede = 29,4 cm), corrisponde un tipo edilizio diverso. I lotti, inoltre, sono separati da una strada-canale, ambitus, mentre la larghezza delle strade che separano le insulae è di 6 m.

Atene e, in primo luogo la città-bassa del Pireo con l’immenso porto, diventa, dopo Mileto, la fucina di quella urbanistica classica che darà il volto a molte città occidentali, ponendosi in antitesi allo schema organico della città medievale. La questione della (ri)organizzazione del porto del Pireo si era già posta nella fase di trasformazione della città-Stato di Atene ai tempi di Clístene. Fu però Temistocle che nel 493-92, in funzione di archon, avviò il progetto di trasformazione del Pireo in una grande città portuale. La vittoria definitiva della flotta di Atene sui Persiani, nella battaglia di Salamis del 480 a.C., offrì l’occasione di accelerare il progetto del porto. Una ragione ancor di più in quanto, allorché nel 478 a.C. le città ioniche lasciarono l’unione pan-ellenica per riconoscere nell’altra unione Atene nel ruolo di potenza protettrice, a condurre le trattative fu chiamato Aristeide che ritenne di concluderle a Mileto, città della quale era in fase di ricostruzione la neapolis (la nuova città) secondo il progetto urbanistico di Ippodamo. Un progetto innovativo, rivoluzionario per la scala d’intervento, impressionante e tale da suggerire ad Aristeide ed agli Ateniesi l’idea di affidare a Ippodamo il progetto per la pianificazione del porto del Pireo per il quale l’urbanista per antonomasía è passato alla storia.

Ed è così che il Piano del Pireo diventa la pietra miliare dell’urbanistica greca, europea e mondiale. Le 16 strade e le 12 quasi intatte case portate alla luce nel corso degli ultimi scavi archeologici testimoniano della precisione con la quale Ippodamo, come urbanista, e i geometri, come agrimensori, procedettero all’impianto della città. L’orientamento del reticolo stradale fu dettato dalla topografia del luogo determinando, così, una lieve deviazione dall’asse ideale nord-sud. Una circostanza rivelatasi di grande vantaggio in quanto le due strade principali e parallele, plateiai, dipartendosi dalla parte meridionale della penisola, potevano distendersi in lungo per 2 km sulla città ponendo, così, in collegamento le porte urbane. Trasversalmente due altre arterie principali e parallele collegavano i porti del Cantaro e Zea, mentre a circa 300 m dalla strada trasversale settentrionale, aveva inizio il centro urbano - con la prima agorà e la vasta area destinata agli edifici pubblici - che trovava conclusione nella seconda agora. Impianto che ancora oggi è percepibile nel tessuto urbano moderno.

Il Piano del Pireo introdusse per la prima volta un sistema articolato costituito da insulae rettangolari di 8 lotti ciascuna, perimetrate da strade carrabili della larghezza di 5 m. Inoltre 16 insulae perimetrate da strade carrabili più larghe compongono un quartiere urbano. In tal senso le unità edilizie e la rete stradale generano una gerarchia organizzativa che si articola: nella casa singola, come unità di base; 8 case formano una insula o una unità di vicinato; 128 case formano un quartiere. L’intera città era stata pianificata per 3500 case e per una popolazione urbana di 35.000 abitanti. Il reticolo stradale relativamente compatto rispondeva alle esigenze di una città commerciale.

Essendo il Pireo la città-bassa di Atene, non furono previsti edifici per funzioni di governo. Nelle due agorai, tuttavia, furono costruiti edifici ad uso amministrativo, capannoni e halle pluriuso. Per il tempo libero e la cultura, ad est della seconda agorà, fu edificato un teatro con annesso il santuario di Artemis.

Una innovazione nel contesto variegato della pianificazione urbana dell’epoca classica fu certamente quella adottata da Ippodamo per il Pireo, dove <progetto di piano e progetto di architettura>, parcellizzazione e quartierizzazione, procedevano di pari passo con il progetto e la costruzione delle case-tipo. Nel corso di alcuni scavi relativamente recenti sono venute alla luce perimetrazioni di insulae di 40,70 x 47,50 m, nel rapporto dimensionale di 6:7. Ogni insula si articolava in due fila rispettivamente di 4 particelle o lotti nel rapporto dimensionale di 7:12 con una superficie per lotto di 240 mq.

La larghezza del lotto di 11,87 m era dettata dall’accostamento di andron (vano per gli uomini) e oikos (vano di soggiorno della famiglia). Tenendo conto del fatto che l’andron doveva contenere 7 klini (sofà-pranzo) - e, pertanto, era necessaria una luce interna del vano da 4,40 sino 4,60 m - e dello spessore dei muri di 50 cm, l’oikos doveva avere una larghezza di 6 m. La casa-tipo d’angolo con lotto da 11,87 x 20,31 m (36,25 x 62 piedi, piede=29,4 cm) aveva l’ingresso assiale dalla strada; a sinistra un vano-negozio, a destra un ripostiglio/stalla; seguiva l’atrio con cisterna; la successione continuava con un portico antistante l’oikos seguito da due piccoli vani-accessori, a sinistra, e un disimpegno antistante l’andron a 7 clini, a destra. Dall’oikos una scala conduceva al piano superiore in un grande vano, gynäkonitis, ginecèo, destinato alle donne. Orientamento nordovest/sudest. Un criterio distributivo armonioso, quasi perfetto.

La città di Abdera, nella Tracia, fondata dagli Ioni (siamo nell’epoca tardo-classica, 400-330/20 a.C., si estende tra due porti (ovest/est); è organizzata su un reticolo urbano con l’agora situata a sud. La insula (vedi l’iillustrazione del testo) è rettangolare, con dimensioni di 41,16 x 82,32 m (140 x 280 piedi), e contiene 16 lotti da 10,30 x 23,81 m (35 x 70 piedi). Intelligenti ubicazioni degli accessi alle case-tipo, a seconda dell’ubicazione del lotto all’interno dell’insula. Organizzazione distributiva compatta con atrio centrale; a sud 2 vani-accessori (NR) e ripostiglio centrale; a nord prostas (portico), oikos e andron con vano antistante. Certamente una scala collegava l’oikos al primo piano dove era ubicato il gynäkonitis o ginecèo Orientamento sull’asse nord-sud. Soleggiamento perfetto. Organizzazione spaziale „compatta“; si direbbe, oggi, secondo gli odierni principi  sul risparmio energetico.

E, ora, Priene dell’era arcaica, componente dell’unione delle città ioniche, nel 494 a.C. taglieggiata dai Persiani. Come ad Abdera, la neapolis , la città nuova, è stata edificata all’incirca verso il 350 a.C. accanto alla palepolis, la città vecchia. Ad Abdera gli abitanti dell’epoca classica sognano una città moderna e, come tale, s’intendeva una città ippodamea della quale altro non poteva il baumeister se non proprio Ippodamo da Mileto. A Priene, invece, è Piteo - l’architetto divenuto famoso per i suoi progetti di edicole funerarie e, soprattutto, per il tempio ionico di Athena che Marcus Vitruvius Pollio (55 a.C.-14 d.C.) brevemente descrive nel 7. Libro, praef. 12, del De architettura libri decem – a redigere il progetto dell’impianto urbano secondo i principi ippodaminei.

L’Acropoli a nord; la città bassa a sud. Tutte le strade orientate secondo la direzione nord-sud, l’unica ad assicurare un ottimo soleggiamento tenendo conto dell’asse eliotermico. La topografia accidentata dei luoghi non poteva altro che suggerire al progettista se non l’idea di dotare le strade strasversali di scalinate per sfuggire, così, agli inconvenienti derivanti dal traffico da traino.

Ogni insula, o blocco edilizio, aveva una superficie di 120 x 160 piedi attici (35,4 x 47,2 m); edifici pubblici e i templi per le divinità dettati dal reticolo stradale; una cinta urbana includeva anche l’Acripoli, posta a quota 370 s.l.m., lievemente spostata a nord-est. Il tempio ionico, periptero di Athena Polias e i mercati a sinistra dell’Agora la quale, inizialmente della superficie di due insulae, successivamente venne ampliata (435 x 290 piedi nel rapporto di 2:3) sino al Buleuterion (Municipio), quasi a contatto com il Gymnasion (Palestra) e, nella successione in direzione nord, a conclusione, il teatro.

A ciascuno degli 8 lotti che costituivano una insula corrispondeva il tipo edilizio, cosiddetto Prostas (Portico), delle dimensioni di 8,82 x 21,5 m (30 x 73,13 piedi), con una superficie coperta di ca. 189 mq., articolato in piano-terra (2 negozi sulla strada principale della larghezza di 25 piedi; 2 ripostigli; atrio; prostas (portico) e oikos (soggiorno), a sinistra; bagno e andron (vano di soggiorno per solo uomini) con 3 klini, a destra. Al primo-piano, raggiungibile dalla scala ubicata nell’oikos, il gynäkonits (ginecèo), per le donne. Una sezione longitudinale della casa su un lotto a lieve pendenza nella direzione nord-sud, mette in evidenza il sapiente sistema di soleggiamento - inclinazione dei raggi solari di 85° (estate) al 22 giugno, e di 32° (inverno) al 22 dicembre – i cui raggi solari, in inverno, dopo aver inondato l’atrio (protetto, tra l’altro, dai venti), penetrano sino all’oikos. A ragione del focolaio, l’oikos aveva un’altezza maggiore degli altri vani.

Dagli scavi eseguiti intorno agli Anni Novanta del 20. Sec., i ritrovamenti di frammenti delle pareti dell’andron, testimoniano un trattamento a stucco con un lambry (zoccolo) suddiviso in una prima fascia di 20 cm. sopra il pavimento di colore giallo-ocra; una seconda fascia di 60 cm. di colore rosso-scuro; 3 fascie successive marmorizzate, nei colori giallo e rosso di 10, 20 e 15 cm.; sovrastanti decorazioni richiamanti colonne in stile ionico su fondo grigio, sino ad una fascia a torciglioni di 10-15 cm.; per finire con una fascia di tono grigio, come quello sottostante, di 20 cm., sino al soffitto.

E, ora, di fronte a sedicenti rappresentanti istituzionali che rispettivamente promettono di <non lasciare soli i Comuni> (un pdR., Sergio MATTARELLA-BUCCELLATO, carico di contraddizioni e pesanti scorie familiari) e i terremotati (il capo del Governo, Matteo Renzi, incapace di coordinare ruoli, funzioni, responsabilità e competenze dei suoi ministri), cosa e come possiamo rispondere, noi, ai giochetti puerili di una classe politica squinternata, ad una classe industriale interessata soltanto ad inseguire interessi particolaristici, ad un mondo della cultura afono che ha smesso di „pensare“, a quel grande contenitore che dovrebbe raccogliere formazione e ricerca, innovazione e sviluppo, confronto con altre esperienze e stimolo, se i giovani  vanno a cercare in Germania e Gran Bretagna – tanto per restare in Europa – quella materia prima, il „sapere“, in mancanza del quale tutto si appiattisce per essere consegnando ad una malapolitica sempre in agguato ed alla ricerca di espedienti per sopravvivere giocherellando con i diritti elementari dell' uomo: alla famiglia, alla casa, alla città . . . si, alla vita, nei modi che ci vengono offerti in termini di mancanza di idee e proposte, iniziative e programmi per ridare certezza e vita alle popolazioni dei Comuni colpiti dal recente sisma nell' Italia centrale in un impetus che dovrebbe raccogliere il meglio delle esperienze internazionali, come è avvenuto e continua senza sosta nella generosa Germania, invece di seguire scollate idiozie di astri al tramonto?

Il nostro instancabile richiamo all’esperienza della pólis greca - sia nella Madrepatria che in quella Magna Grecia (Megane Hellas) dove ormai scorazza l' antistato - fecondata dalla sapienza dei costruttori delle sue case, strade, piazze (agorà) e degli edifici pubblici; la sempre presente parsimonia dei suoli ; il concetto di „densità“ come legge di economia in termini di riduzione dei costi di urbanizzazione primaria, fonte di <urbanità> e ragione di coesione sociale nella tipicità della <città europea>; gli sperperi degli ultimi sessant’anni a cagione degli scollati fenomeni di espansione, contrazione e implosione dalla città contemporanea in ragione della incomprensibile assenza di Diritto urbanistico, Diritto edilizio pubblico e Diritto ambientale, dovrebbe condurre ad una catarsi, ma anche (e in primis) alla riscoperta dei valori perenni della città „ideale“ rinascimentale, da una parte, ma anche, a capire sine ira et studio le ragioni dell' attualità e delll' ammirazione dell' URBATETTURA degli anni Trenta del 20. Secolo.

Nicolò Piro

LA CITTÀ IDEALE

Intrattenersi nel nostro Paese sui principi della città ideale mentre la città reale è da decenni luogo di una crisi irreversibile, ci sembra più che mai opportuno e di immanente attualità. Nel progetto di architettura, in generale, e nella elaborazione di progetti per la città, in particolare, si corre il rischio di considerare certi fenomeni urbani unidirezionalmente e, di conseguenza, fuori dalle complessità connaturate al contesto reale, storico e culturale in cui (passivamente) viviamo.